Home Office 2170

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Questo racconto è stato scritto per partecipare a The Neverending Contest n° 115 S5-P3-I3 di @storychain sulla base delle indicazioni di @kork75

Tema: La casa
Ambientazione: Isola deserta

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Foto di Walkerssk da Pixabay

Home Office

<<Eccoci qui, a guardare la luna per l’ultima volta. Non ci sembra vero, eh Nanà?>>
Non ricevendo risposta, Simon allungò una mano per accarezzare la testa di Nanà, poi continuò a parlarle a bassa voce.
<<Che notte meravigliosa. Chi avrebbe mai potuto immaginare che in cielo ci fossero così tante stelle? O che la sabbia potesse essere così morbida? O il mare così tuchese? O l’aria così profumata? Non ti fa venire affatto voglia di tornare a casa, vero?>>
Nanà emise un flebile mugolio, quindi cambiò posizione girando su sé stessa e poggiando la testa sulla pancia di Simon, sdraiato sulla sabbia a riempirsi gli occhi dei blu profondi e misteriosi che avvolgevano il suo stesso essere. Teneva una gamba accavallata sull’altra, mentre con un braccio faceva da cuscino alla testa e con l’altro assaporava alternativamente il tocco della sabbia bianca e fine come talco e quello della testa setosa del suo labrador compagno di avventure.
<<Sai cosa? E se restassimo qui? Che ne pensi, eh? Scommetto che a te non dispiacerebbe, vero piccola mia? Ma certo che no, cosa dovresti rimpiangere? Le passeggiate sull’asfalto alla ricerca di un raro albero? O le giornate trascorse da sola, rinchiusa in un piccolo appartamento?!>> disse continuando a riflettere ad alta voce. <<Mi piacerebbe proprio rimanere qui, ma il dovere ci chiama… Siamo i vincitori del progetto, sai? A quanto pare fra tutti i partecipanti la Microgreen ha scelto il nostro. Abbiamo fatto proprio un bel lavoro in questi due mesi, proprio un bel lavoro. E adesso ci reclamano, sai? Per firmare un nuovo contratto con la sede di New York. Chissà quando lo rivedremo questo cielo così bello!>>.

Il filo dei pensieri di Simon ripercorse quell’ultimo periodo con nostalgia, e una punta di emozione graffiò la serenità serafica da cui era stato completamente pervaso da quando abitava su quella remota isola deserta nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico.
Aveva studiato tutta la vita per fare il bioarchitetto, e aveva visitato le grandi costruzioni pionieristiche del passato, come il rudimentale Bosco verticale di Milano o la vecchia città di Masdar ad Abu Dhabi. Aveva lavorato tanti anni per Biokea, in Svezia, nella progettazione di ogni dettaglio dei loro nuovi prodotti ecosostenibili: dalla materia prima alla sua lavorazione fino al prodotto finito, calcolando insieme ai suoi colleghi il costo complessivo per il pianeta e per l’azienda, che doveva avvicinarsi il più possibile allo zero. Della vecchia Ikea, ormai, non resisteva che una piccola frangia produttiva a basso costo di prodotti che solo le nazioni più povere e le popolazioni più ignoranti e disperate continuavano ad acquistare. L’azienda si era infatti quasi del tutto trasformata fin dalle fondamenta, cambiando persino il proprio nome in Biokea per rendere nota ed evidente la nuova direzione intrapresa.
Simon era felice della sua professione, ma non era per progettare arredamento da interni che aveva studiato per tutti quegli anni. Quando la Microgreen, quindi, aveva lanciato il suo bando di concorso per la progettazione di case ecosostenibili per l’Home Office adattabili a qualsiasi ambiente della Terra da offrire ai propri dipendenti sparsi per il mondo, il bioarchitetto aveva colto al volo l’occasione mettendosi a lavorare al proprio progetto per il bando. Microgreen aveva dato agli aspiranti progettisti un anno di tempo, ma Simon ne aveva trascorso la gran parte elaborando schizzi già visti, edifici inadatti, idee obsolete. Sentiva che quella era l’occasione che avrebbe cambiato la sua vita, ma al momento di mettere in atto la visione che aveva sempre sognato di realizzare, il vuoto si impadroniva di lui impedendogli di andare avanti. D’altro canto la stanchezza si faceva sentire quando la sera si sedeva al tavolo di progettazione, stanco di una giornata di fatiche in Biokea e provato dalla frenetica vita cittadina, così che il piano di lavoro andava molto a rilento e i mesi passavano rapidi senza che Simon avesse in mano nulla di concreto.
Mancavano ormai solamente poche settimane alla scadenza del bando, e Simon non aveva messo insieme nessuna idea degna di questo nome, era stanco e deluso di sé stesso, sempre più arrabbiato e triste.
Una sera, durante la passeggiata con Nanà nel traffico della metropoli in cui viveva, aveva preso improvvisamente una decisione: sarebbe partito per una vacanza.
Coi pochi risparmi che aveva, poteva permettersi solo qualche giorno su di un’isola tropicale nel bel mezzo dell’Oceano e nient’altro, una vacanza davvero fuori moda, ma l’unica che gli venisse in mente; così, nel giro di qualche giorno, lui e Nanà si ritrovarono in mezzo al Pacifico. Sull’isola erano completamente soli e dovevano provvedere quasi a tutto, anche se potevano recarsi su un’isola più grande lì vicino a rifornirsi del necessario.
Su quel piccolo lembo di terra silenziosa, dotata appena di luce artificiale, acqua e connessione alla rete, Simon ritrovò sé stesso. Trascorse i primi giorni dedicandosi all’esplorazione del piccolo atollo, al nuoto, alla pesca e al gioco sulla spiaggia con Nanà. Il riposo, poi, divenne parte integrante della giornata, dapprima come sonno profondo ma inquieto a qualsiasi ora del giorno ne sentisse la necessità, poi via via sempre più sereno, fino a conformarsi una condizione di quiete quasi costante che assumeva spesso le caratteristiche di uno stato meditativo. Un giorno, Simon si ritrovò a notare degli strani castelli di sabbia costruiti da lui stesso mentre era in sovrappensiero. Da poco tempo aveva ricominciato a pensare al concorso Microgreen, lasciando però che la mente spaziasse fra le idee, osando, inventando, sperimentando sull’immensa lavagna che aveva a disposizione sulla battigia. Quelle idee lasciate libere erano cresciute trasformandosi in qualcosa che la testa aveva trasmesso direttamente alle mani, modellando il fine talco in riva al mare cristallino in qualcosa di unico. Simon aveva guardato quel prototipo e subito un’incredibile desiderio di mettersi a lavoro lo aveva assalito, riconducendolo al tavolo da disegno. Erano seguiti giorni di frenesia durante i quali in maniera quasi del tutto naturale l’architetto aveva alternato lavoro e riposo, integrando perfettamente la sua attività nella bellezza dell’ambiente circostante. Aveva prorogato le ferie a dismisura, fino a essere minacciato di licenziamento da Biokea, tuttavia non se ne preoccupò, continuando a lavorare al suo progetto, nuotare, disegnare, pescare e giocare con Nanà.

<<Quanti bei tramonti abbiamo visto, Nanà! E quante belle albe, andando giusto dall’altro lato dell’isola. Non ci dimenticheremo mai di questi mesi, non è vero Nanà?! Chissà, forse un giorno costruiranno la casa che ho progettato anche su quest’isola e potremo tornarci ad abitare e lavorare, che ne pensi?>> chiese sognante alla cagnolina, che abbaiò felice scodinzolando.

Il resto è storia: l’architetto Simon Greco è diventato il più noto progettista di bioabitazioni per Home Office degli anni ’70 e la sua filosofia ha segnato una rivoluzione epocale. Le sue idee, semplici, economiche, biosostenibili, tenevano conto di dettagli semplici, quasi scontati, ma che fino al 2170 nessuno aveva mai associato all’edilizia, integrando perfettamente la casa nell’ambiente come mai nessuno aveva fatto prima d’allora e collocandovi l’uomo come parte integrante della struttura. Grazie a Simon e al suo progetto si tornò a separare casa, ufficio e svago, ma questi tre aspetti vennero contemporaneamente integrati e armonizzati in una stessa abitazione dalle caratteristiche futuristiche e innovative, completamente autosufficiente ed ecosostenible. La Microgreen ne rimase talmente affascinata da esportarla su larga scala per tutti i propri dipendenti e nel giro di un decennio ogni azienda fece lo stesso, comprendendo il principio che un impiegato felice, riposato e a proprio agio è la vera risorsa di un’impresa lungimirante.

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