8. Libertà

in #ita6 years ago (edited)

Si risvegliò in una radura.
Non era una radura selvaggia, piena di rettili e insetti, né un ritrovo di briganti umido e senza luce, bensì una radura elfica, bellissima e confortevole.
Un cerchio intagliato nel cuore di un'enorme foresta, senza alcuna via apparente verso il mondo esterno; dolci cunette ricoperte d'erba e aiuole colorate, limpidi ruscelli e tortuosi sentieri di ghiaia.
Alberi di un'altezza vertiginosa ne delimitavano i morbidi percorsi, nascondendo il disco solare con le immense chiome vaporose; una luce gentile si sprigionava da quella verde cupola, dove farfalle dalle ali turchesi danzavano nell'aria e uccellini dalle lunghe code fischiettavano una dolce melodia.

Passeggiò in silenzio, adagio, respirando a pieni polmoni quella bellezza così appagante, mentre scendeva quasi senza accorgersene verso uno stagno.
Quando guardò nello specchio d'acqua, non riconobbe i suoi vestiti; ampie stoffe arancio e porpora fluttuavano sotto una brezza delicata, e una sottile corona d'oro bianco brillava sulla sua fronte.
Si toccò le braccia, le spalle; sentì il tessuto fresco e liscio sotto i polpastrelli e contro la pelle; fiutò il profumo dei fiori.
Scoprì di avere leggeri sandali allacciati sopra le caviglie, le strisce di cuoio incise con motivi eleganti.
Li sfilò e allungò le dita verso l'acqua fresca, rabbrividendo di piacere.

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(Immagine CC0 Creative Commons by Pixabay)

D'improvviso un'ombra schizzò alle sue spalle; in un men che non si dica si ritrovò a faccia in giù dentro l'acqua.
Il laghetto era di una profondità impensabile, e davanti ai suoi occhi sbarrati si spalancò uno spazio nero senza fine.
La paura prese il sopravvento mentre le mani dello sconosciuto impedivano alla testa di riemergere; più cercava di dimenarsi e più la forza dell'aggressore sembrava aumentare. Credette di udire una risata sopra di sé, e sentì esplodere nei timpani le sue stesse urla di terrore; vide nubi di bollicine alzarsi verso la superficie.
Infine le forze vennero meno.
Distese il collo del piede sul terreno e lasciò le mani penzolare nell'acqua, mentre anche l'ultima particella d'aria veniva spremuta; sentì una forte pressione negli occhi e spalancò la bocca di fronte a un improvviso bagliore.
Solo in quel momento, la stretta attorno al collo cessò.

Girò la testa di scatto e vomitò un fiotto di muco acidulo sul cuscino.
Riprese fiato con un rantolo; vide che aveva sporcato la manica dell'abito di sua madre.
I loro sguardi si incrociarono; cercò di fare mente locale mentre le sue mani pazienti le asciugavano le labbra. Non aveva idea di che giorno fosse.
Fuori pioveva, le tende erano chiuse, doveva essere notte; sperò che fosse notte, perché il pensiero di un giorno così buio era troppo sconfortante.
Il volto e la gola le bruciavano come prima, ma il senso di soffocamento sembrava averla abbandonata. Non fece in tempo a rifiatare una seconda volta, che le mani di suo padre le afferrarono le ginocchia facendola sussultare. Ingolf si sollevò dal bordo del letto dov'era evidentemente crollato; da un angolo della stanza, suo fratello si sporse a fatica da una poltrona. Tossì e avvertì in gola il sapore del sangue; ma quando inspirò, riuscì a riempirsi più di meta dei polmoni.
Tutti la guardavano increduli. Sua madre si azzardò a chiederle come si sentisse; l'unica risposta che ottenne fu: «Acqua.»

A un suo ordine fu fatto spazio attorno a loro, e uno spiraglio d'aria fresca fu lasciato entrare da dietro una tenda.
L'Ammiraglio balzò sul letto e si rannicchiò ai suoi piedi, mentre Calíma la dissetava con parsimonia.
Riuscì a trattenere un secondo attacco di tosse, rilasciò il capo sul cuscino e sospirò.
«È rimasto da mangiare?», bisbigliò poi a occhi chiusi.
Il breve silenzio che seguì era carico di speranza. Riusciva a sentirla, proprio come ricordava di aver percepito la disperazione, l'ultima volta che aveva avuto attorno a sé le stesse persone.
«L'appetito è un buon segnale», riconobbe infine sua madre.

A poco a poco, riuscì a sbocconcellare un'intera ciambella.
Era il pasto più sostanzioso da quando era rimasta costretta a letto; subito dopo si sentì sfinita, e nella quiete del respiro ritrovato riuscì a rilassare per la prima volta i muscoli del dorso. Era dolce il richiamo del sonno, quello vero, dopo giorni trascorsi semplicemente a perdere i sensi tra una crisi e l'altra. Dormì profondamente, e quando la tosse la ridestò un piatto fumante di risotto alle zucchine la attendeva, assieme a una sorridente Margareth in camicia da notte.
Trascorse più di un giorno cibandosi a più riprese, e cadendo addormentata al termine di ogni piatto.

L'indomani sua madre ricominciò a somministrarle un denso sciroppo, ma la medicina impiegò giorni per lenire la tosse e rinfrescare la gola abrasa.
Aprirono le tende e le portarono da leggere; l'Ammiraglio rimase ad assisterla, senza mai perderla di vista. Consumò litri di limonata allo zenzero addolcita con miele, fredda o calda; dopo un lunghissimo riposo, cominciò a mettersi seduta sul bordo del letto o in poltrona, o addirittura in piedi al davanzale, a sbirciare le onde attraverso i vetri chiusi fino a quando un capogiro non la faceva coricare nuovamente.
Allora sua madre le impose una crema oleosa da applicare al viso, per ricomporre tagli alle narici e spaccature nelle labbra, e la aiutò a lavarsi nel letto, con spugna e salvietta, scoprendo una parte del corpo alla volta per resistere ai brividi.

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(Immagine CC0 Creative Commons by Pixabay)

Il giorno del suo compleanno nessuno venne a farle visita: lo zio Dairon era partito alla rincorsa della sua scanzonata cugina, e la famiglia di Bastian si limitò a recapitarle un mazzo di rose.
Non le importava; si sentiva debole e svuotata, e rimase volentieri a sonnecchiare sulla spalla del babbo, con l'Ammiraglio appisolato sulle sue ginocchia.
Margareth si divertì a riempire di crema dei cestini di pastafrolla, decorandoli con fettine di frutta fresca.
Le regalarono un mantello di pelliccia e scarpe su misura, candele profumate ed essenze da bagno, volumi illustrati, colori e fogli per disegnare, oltre a una piccola agenda dalle pagine immacolate.
Sua madre le tagliò i capelli rovinati, lavò con cura quelli rimasti e li compose in un grazioso caschetto.
Quando fu lavata, pettinata e capace di reggersi sulle sue gambe, le permisero di uscire sul terrazzo.

Il sole era tornato a risplendere; l'aria fredda le solleticava i contorni incrostati del naso e della bocca, facendole lacrimare gli occhi.
Era ancora molto magra, e sedeva avvolta in una coperta lasciando che la luce le investisse il volto giallo e smunto.
L'Ammiraglio era invece più grasso che mai; lo reggeva in grembo come un grosso cuscino tiepido.
Mentre le dita affondavano nel soffice pelo bianco, per la prima volta dopo settimane ridacchiò; poi scorse un'ombra che si allungava alle sue spalle, e quel breve momento di paura le fece tornare alla mente il sogno.
L'Ammiraglio puntò le zampe paffute sulla sua coscia e sollevò il capo: gli occhi verde pallido del felino si soffermarono a lungo sull'alta figura di Innos, in piedi nella sua tunica scura.
Non l'avevano avvertita del suo arrivo; forse nemmeno il maestro aveva avvertito.
Non ricordava di averlo mai incontrato tra quelle mura, nell'intimità della famiglia, tuttavia ne fu sollevata: ai suoi occhi Innos era sempre stato uno di famiglia.
«Dì la verità: era tutta una scusa per finire i dolci di nascosto», disse ammiccando il maestro, per poi addentare uno degli ultimi cestini alla crema.
Ne sembrò profondamente colpito. «Sul serio, chi uscirebbe con la casa piena di questi?»

Ilharess prese uno di quei bei respiri, che aveva imparato a godersi da quando l'asma l'aveva quasi uccisa.
Sentì la pelle del viso tirare e pizzicare: doveva ancora riabituarsi a sorridere.
«Sono contenta che siate qui», si limitò a dire.
Gli occhi dell'anziano studioso parvero come brillare mentre divorava il pasticcino.
«Sembra che qualcuno se la sia vista brutta», commentò poi, col consueto tono gentile. «Onestamente, come ti senti? Che cosa è stato?», volle sapere.

Allora Ilharess gli raccontò tutta la malattia, a cominciare dall'emicrania venutale in un mattino di tempesta; il volto di Innos si fece sempre più apprensivo mentre gli descriveva la gola insanguinata, l'asfissia, la tosse incessante e i deliri della febbre.
Alla fine gli riferì anche il sogno; dopo essersene completamente dimenticata per settimane, i dettagli stavano riaffiorando improvvisamente uno dopo l'altro.
«Sogni reali. Possono esistere?», non si trattenne dall'interrogarlo.
«Sentivo tutto: i vestiti, gli odori, il canto degli uccelli. La luce mi riscaldava il viso proprio come adesso; vi era la medesima quiete, ma anche consapevolezza. Sapere di essere sveglia, di camminare in quel luogo proprio come so di essere sveglia ora, in vostra compagnia. Nessuna differenza. Come se da un'altra parte avessi un'altra vita, altrettanto vera. Ne avete mai sentito parlare?»

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(Immagine CC0 Creative Commons by Pixabay)

«Sogni che non sembrano sogni.» Innos assunse un'aria meditabonda.
«Ne ho sentito parlare, e non posso escludere che le testimonianze si riferiscano a un unico, preciso fenomeno; anche ammettendone l'esistenza, tuttavia, il suo significato andrebbe di molto oltre la nostra comprensione.»
«C'è un nesso con la malattia», lo avvertì Ilharess, seria. «Era come se qualcosa mi bloccasse il respiro, ma è andata via mentre annegavo in sogno: nello stesso, preciso istante. Sono annegata, nel vero senso della parola, proprio mentre rinascevo a questo mondo; qualche momento prima ero morta da questa parte
«Paura della morte», ipotizzò Innos. «Potrebbe essere questo. Forse non eri davvero morta, ma ci sei andata vicina e l'hai sentito; così la mente ti ha riportata al tuo primo incontro con la morte, quando da piccola sei caduta in acqua. Da qui, l'incubo dell'annegamento.»
Ilharess scosse il capo con impazienza.
«Credete non ci abbia pensato?», fu la sua risposta secca.
«La trasposizione dello stato d'animo che precede il sonno è un'idea graziosa, di cui rammento bene di aver letto durante le nostre lezioni, e se si trattasse solo di una curiosa coincidenza temporale potrebbe andar bene; ma non è affatto sufficiente a spiegare anche la chiarezza di tutto ciò che ho vissuto e ricordo; che il mio corpo ricorda. Inoltre da piccola ho rischiato di morire per un incidente, e non in seguito a un'aggressione.»
Innos tacque a lungo, prima di mormorare con un'espressione indecifrabile: «Stai insinuando che il sogno potrebbe esserti stato mandato da qualcosa o... qualcuno?»
«Non lo so», borbottò Ilharess. «Ma quale altra spiegazione abbiamo?»

Innos divenne più sospettoso. «Ti riferisci a storie che abbiamo letto insieme; vicende di grandi uomini e donne del passato, alle prese con visioni e rivelazioni. Non è da escludersi che una parte di te ambisca a una spiegazione di questo tipo: chi non vorrebbe essere come gli eroi delle leggende? Non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi.»
«Non è così!» Ilharess fu irremovibile. «Non voglio sembrare speciale a tutti i costi. Non mi ha mai entusiasmato l'etichetta da miracolata che mi hanno cucito addosso dopo avermi ripescata dalla scogliera; ma è davvero accaduto qualcosa, stavolta, e mentirei prima di tutto a me stessa se facessi finta di nulla.»
«I sogni premonitori di cui si hanno notizie, tuttavia, sono avvenuti sempre in momenti cruciali, non soltanto per i sognatori ma anche, e soprattutto, per le loro stirpi di appartenenza. Momenti storici, come il risveglio dell'anello magico o l'assedio di Città del Re. Mia cara, per quanto tu sia una persona di assoluto valore, sarebbe un po' arduo riconoscerti quale artefice del destino della tua gente, o anche solo di questa città. Non trovi anche tu?»
«Parlate di momenti storici, ma proprio per questo dovreste tener presente che la storia viene scritta dopo tali accadimenti; non è mai un momento storico quando qualcosa accade, lo diventa in seguito. Gli eroi delle antiche cronache sapevano forse di essere tali? Solo i più nobili tra essi, nel migliore dei casi, riuscivano a intuire la portata delle conseguenze delle loro azioni; ma non tutti, e di certo nessuno poteva sapere quali fatti epocali accadevano in altre parti del mondo nel medesimo istante. Noi cosa sappiamo del resto del mondo? Potrebbero stare verificandosi diversi fatti rilevanti fuori dalle nostre mura, oppure no. Raccogliere notizie sulla terraferma non è mai stata la nostra specialità, dico bene maestro?»

«Devi ammettere che non è affatto semplice entrare in quest'ordine di idee», commentò Innos, per nulla convinto, «ma visto che è di visioni che stiamo parlando, allora faresti bene a chiederti anche come hanno reagito coloro che le hanno ricevute.»
Ilharess assunse un'aria interrogativa.
«Sono andati avanti per la loro strada», rimarcò Innos, «come se nulla fosse. Le profezie non sono fatte affinché si cerchi di realizzarle, poiché per seguirle dovremmo capirne appieno il significato, ma ciò è possibile solo una volta che questo si è già manifestato; di fatto, quelle persone non sapevano nulla che gli altri non sapessero, a parte aver avuto una prova che gli Dei esistono, e che i nostri destini si intrecciano in un grande disegno. Di quel disegno non avevano avuto una vera previsione, bensì una rappresentazione, divenuta chiara ai loro occhi solo una volta conclusasi nella sua pienezza.»

L'Ammiraglio saltò oltre il bracciolo della poltrona; Ilharess lo guardò ancheggiare sdegnato verso l'interno, agitando la folta coda.
«State quindi affermando che non posso stabilire con esattezza cosa sia accaduto, e che anche in caso contrario non saprei come interpretarlo, ma quand'anche lo interpretassi non potrei decidere come comportarmi», mormorò delusa.
«Eppure ci dev'essere qualcosa che posso fare; questo punto interrogativo è troppo grande per restarsene semplicemente al suo posto, accanto a tutti i "perché" della fanciullezza. Dovrò trovare una risposta, prima o poi.»
«Te la darei io stesso, ahimè, se solo i sapienti sapessero almeno la metà di quanto viene loro attribuito; ma la verità è che uno studioso dei giorni nostri è soltanto più bravo a fare le domande, non certo a trovare le risposte. Posso solo suggerirti di cominciare a trovare risposte più semplici, allora forse il quadro generale comincerà a schiarirsi e la soluzione al tuo enigma sarà a maggiore portata, come un mosaico di cui potrai intuire le tessere mancanti, se avrai fortuna.»
Stavolta fu Ilharess a mostrarsi scettica. «E quali sarebbero le "risposte semplici"?»

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(Immagine CC0 Creative Commons by Pixabay)

Innos si strinse nelle spalle e prese tempo, affacciandosi a guardare il panorama.
«Per esempio: cosa hai imparato? Si è scritto e detto in ogni dove che il dolore fortifica, e che le avversità ci rendono edotti. Dovrai pur aver imparato qualcosa, se vogliamo credere di non essere al mondo a soffrire invano per il sollazzo degli Dei più crudeli.»
Ilharess rimase a lungo assorta. «E se avesse a che fare con la scelta che mi attende?», domandò infine.
Innos sembrò non capire.
«Ecco cosa è cambiato: prima ero terrorizzata all'idea di scegliere, ma dopo aver visto la morte in faccia non provo particolari timori all'idea di affermare le mie posizioni. La prospettiva di commettere uno sbaglio, di deludere le persone amate, è ben poca cosa rispetto al terrore che ho conosciuto in quel momento. Sono annegata, maestro, e il semplice fatto di respirare a pieni polmoni è per me una conquista; a confronto, il resto ha ben poca importanza.»

Innos annuì con convinzione. «Questo è un bene... almeno credo. La prontezza di spirito non ti manca: sei di certo sulla buona strada per guarire.»
«Dunque potrebbe esserci un nesso tra la malattia e la scelta; o in generale, tra le afflizioni del corpo e i tormenti del cuore. Mente, corpo e spirito potrebbero comunicare tra loro: non avrei saputo davvero come altrimenti affrontare il momento fatidico, se prima non avessi rischiato di morire. Non avrei saputo decifrare i segnali
Innos parve favorevolmente impressionato. «La malattia come espressione di un disagio: è una teoria di cui varrebbe la pena discutere con i più eminenti guaritori. La tua intelligenza non cessa di sorprendermi: è tua l'idea?»
Ilharess annuì. «Non è l'unica idea venutami di recente. Se c'è una cosa che ultimamente non mi è mancata affatto, è il tempo per riflettere.»

Entrambi sorrisero.
Innos le mise la mano sulla spalla, Ilharess ne accarezzò affettuosamente il dorso.
«Mi aiuterete, maestro?»
«Con piacere, mia cara, se posso», garantì lui.
«Dovete sapere che non intendo sposarmi, né diventare sacerdotessa. Ho deciso che lascerò la città.»

(Continua...)

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